Liberameri

Forse è tardi per diventare un opinion leader. Forse no.
venerdì, 26 settembre 2008

aaa. facciamo qualcosa

Torno a scrivere. Nella consapevolezza di trovare un uditorio minimo, magari di una o due persone. Ma stavolta credo sia importante. Davvero.

 

Ecco più o meno come andranno le cose, tra qualche settimana.

- Buongiorno. Vorrei il Manifesto e il Sole 24Ore.

- Ecco il Sole. Il Manifesto non c’è.

- Come non c’è. Non mi dica che avete già esaurito le copie…miracolo!

- No. E’ fallito, non lo sa? Non c’è più. Da oggi il Manifesto non esce più.

Molti diranno: evvai! E’ fallito il “quotidiano comunista”! E infatti, il quotidiano comunista vende poche, pochissime copie. Saranno più o meno 40mila, su una tiratura del doppio. Fisiologico e scontato, in una società – quella italiana - che prima ancora di sterzare a destra, ha scelto anzitutto di ficcare la testa nella sabbia. Più a fondo che ha potuto.

Ma il punto non è l’esistenza del Manifesto. Il punto è la libertà di stampa. E quindi la libertà di manifestazione del pensiero. E, quindi, le basi cui dovremmo appendere questo straccio di democrazia, con cui ci soffiamo il naso ogniddì.

Nel decreto 112, di inconfondibile fattura tremontiana (con la erve moscia), all’articolo 60 il primo zac! colpo di forbice: dal Fondo per l’editoria della presidenza del Consiglio, vengono RETROATTIVAMENTE tagliati 83 milioni di euro per il 2009 e 100 per il 2010, a fronte di uno stanziamento iniziale di 387 milioni per i due anni e a un fabbisogno stimato di 580 milioni.

Secondo colpo – non di forbice, ma di spranga: i contributi diretti all’editoria. Fino ad oggi, questi contributi venivano considerati un diritto soggettivo, proprio degli editori che avessero i requisiti per ottenerlo e rivendicarlo. Questi requisiti – validi per tutti indipendentemente dalle simpatie politiche o personali – erano la tiratura, la diffusione, i costi e il peso della pubblicità sui ricavi. Che significa? Significa che lo Stato decideva di sostenere il pluralismo nell’informazione, che si estrinsecava attraverso finanziamenti attribuiti a realtà che, abbandonate alle impietose regole del mercato, non sarebbero sopravvissute, a scapito di quella bella scatola da riempire che è la nostra democrazia. Soprattutto, non sarebbero sopravvissute in una realtà come quella italiana, dove la pubblicità – principale fonte di introiti per i media, giornali compresi – viene fagocitata per la gran parte dalla televisione (che è quella che è), lasciando alla stampa solo le briciole della tortazza. Dunque, anche giornali strutturati come piccole cooperative di giornalisti – quindi più liberi, ma comunque venduti e letti – secondo lo Stato italiano avevano diritto di esistere e di contare su denaro pubblico stanziato in modo certo, e in base al quale i giornali potevano stilare i loro già spinosissimi piani finanziari. Oggi, grazie a Tremonti, non è più così.

L’articolo 44 del decreto 112 (da agosto legge 133), stabilisce infatti che i contributi diretti vengano assegnati «tenuto conto delle somme complessivamente stanziate nel Bilancio dello Stato per il settore dell’editoria, che costituiscono limite massimo di spesa». Ovvero: ogni anno verrà stabilito un tetto di spesa, e da quello verranno tratti i finanziamenti diretti per chi ne avrà diritto. Con piena discrezionalità del Governo, che potrà decidere se e quanto sborsare. E con tutti i relativi problemi di credito per le testate, che in base a contributi di anno in anno differenti – quindi incerti – dovrebbero chiedere i necessari anticipi alle banche (inutile dirvi che le banche, soprattutto di questi tempi, non finanzieranno mai una cooperativa sulla base di un “beh, stiamo a vedere quanto ci tocca quest’anno qui, e sperem”).

Voi direte: embé? Qui si tira la cinghia, è bene che la si tiri tutti. E invece no. Come al solito, a noi ci tocca fare buchi nuovi, a forza di stringere ‘sta benedetta cinghia (prima o poi arriveremo alla fibbia, perché non ci sarà più nulla da comprimere), mentre ai soliti noti i pantaloni stanno su da soli. Anzi, iniziano pure ad essere stretti.

Mentre i contributi diretti (che sostengono molte piccole cooperative di giornalisti e la stampa no-profit, oltre alle testate di partito) sono stati tagliati e riformati, quelli indiretti (rimborsi per le spese postali, che vanno alle testate più forti, con più abbonati e una migliore distribuzione) restano intatti. E chi se li accaparra, questi soldini qui?

1) Mondadori Spa: 18,877 milioni

2) Il Sole-24 Ore Spa: 17,822 milioni

3) Rcs: 13,763 milioni.

In totale, i contributi indiretti ammontano a circa 305 milioni di euro. Che nessuno toccherà, alla faccia del pluralismo e di chi ha bisogno di finanziamenti.

Ecco chi rischia di sparire dall’edicola, solo per citare i vip:

l’Unità il Manifesto l’Avvenire Liberazione il Corriere Mercantile la Padania il Riformista il Foglio.

A queste testate ne vanno aggiunte molte altre di carattere locale, per un totale di circa cento piccoli editori. Che lasceranno a spasso qualche migliaio di lavoratori.

So già che i peggiori fra voi diranno che è giusto, che chi non riesce a stare sul mercato haddacrepà, che mica-glieli-dobbiamo-pagare-noi-gli-stipendi-alla-casta-dei-giornalisti, e via scrosciando ogni altra banalità da deteriore, itaglianissimo senso comune. Tralascerò il discorso “casta”, dicendo solo che nel caso del Manifesto - ad esempio – il sospetto privilegio si traduce in uno stipendio di 1.400 euro per il castissimo Gabriele Polo, che del Manifesto è addirittura il direttore. Il discorso è, come sempre, un altro.

I giornali non sono una merce. Non parliamo di innaffiatoi, di comodini, di lucidalabbra, di mobili da giardino. Parliamo di strumenti attraverso i quali si realizza la democrazia. Attraverso i quali si forma l’opinione pubblica. Attraverso i quali si dà voce alle mille istanze presenti nella società. Attraverso i quali ci si confronta, e magari si tirano fuori dal pensatoio idee nuove, interessanti.

Chi darà voce ai migranti nei cpt, se non ci sarà più il Manifesto? Chi difenderà con la spada di fuoco l’oltranzismo bigotto degli ultracattolici, senza il Foglio? Chi scriverà le peggiori prime pagine del giornalismo italiano, inventando una geografia etno-fiscale sempre nuova, senza La Padania? Io non voglio leggere solo Il Sole 24Ore. O meglio: magari sì, vorrò leggere solo quello, quando sarò una ricca confindustriale con la sua fabbrichètta di ventilatori low-cost. Oppure, vorrò leggere solo giornali porno. Oppure, non vorrò leggere un cazzo. Ma VOGLIO POTER TROVARE SEMPRE, IN EDICOLA, TUTTI GLI ALTRI GIORNALI. Perché i giornali non sono una merce, un oggetto qualsiasi, che se c’è va bene, sennò è uguale. I giornali non sono un mero prodotto cartaceo. L’editoria non è semplicemente un’industria. Abbiamo smarrito la misura del pensiero. Abbiamo perso il valore delle idee, che anche quando sono minoritarie, restano inestimabili. E non voglio che sia la pubblicità, il gusto degli altri, o il MERCATO a stabilire il prezzo della loro visibilità, del loro diritto di esistere.

Ma tutto questo fa il paio con la scomparsa di tanti partiti dal Parlamento, che si vorrebbe ridotto a un tavolo di ping-pong con due soli, identici giocatori: Pd e Pdl. Adesso li faranno sparire anche da Strasburgo, con la conseguente perdita di altri soldi, indispensabili per qualunque partito voglia ancora provarci, in un gioco di mediapolitica che è sempre più costoso, sempre più esclusivo.

Due partiti (identici), quattro giornali e due poli televisivi (che quando Berlusconi è al governo diventano uno). Vi prego, vi scongiuro. Facciamo qualcosa.       

 

 

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venerdì, 09 maggio 2008

Gli adulti di domani

I giovani di oggi sono gli adulti di domani.
Dopo lo spettacolo cui ho assistito, però, direi piuttosto: i giovani di oggi sono i vecchi di domani. O, ancora meglio: i giovani, oggi, sono dei vecchi. E basta.
All’università cattolica di Milano, alle dodici, c’è stato un incontro con Al Gore. E’ venuto per presentare un nuovo canale di Sky, “Current tv”, di cui è il direttore. Il canale rappresenta un esperimento molto interessante del gruppo Sky, che risponde a questa logica: portare in televisione – tuttora il medium più utilizzato a livello mondiale – la filosofia You Tube. Current tv, in sostanza, sarà un canale in cui confluiranno contenuti prodotti al 30% dagli spettatori stessi, che potranno inviare i loro video - realizzati con ogni tipo di supporto, dal cellulare all’hd – e poi vederli trasmessi nel contenitore. Il palinsesto promette di accogliere – come You Tube, appunto – ogni tipo di filmati: dall’informazione, al documentario professionale, al video girato con una foto camerina durante un rave party. Il target sarà per lo più giovane, e cercherà di catturare ascolti con l’idea che anche tu che stai guardando da casa, domani, potrai vedere il tuo video su Sky.
Al Gore ci ha quindi spiegato quanto sia rivoluzionaria e democratica la filosfia di Current tv. Niente più passività rispetto al medium; ora lo spettatore partecipa alla programmazione, interagendo e fornendo contenuti direttamente. Inoltre, anche l’informazione verrà rivoluzionata: i  video saranno inviati direttamente dalle zone di cui si sta parlando, prodotti da persone qualunque e quindi non portatrici di interessi particolari. Notizie fresche come non mai, da ogni punto di vista. E trasmesse in modo da non annoiare chi guarda, secondo la logica del flusso che accosta filmati provenienti dalla Birmania alluvionata a video sul writer più cool di Milano. Un tipo di informazione – questa – che secondo gli esperti di media rappresenterebbe il futuro. Un futuro senza più carta stampata, senza costosi inviati dei telegiornali, senza noiosi approfondimenti professionali, difficili e costosi da confezionare. Anche perché – lo sappiamo – fare informazione costa e rende poco. L’unica informazione che tira, oggi, è quella sportiva.
Comunque. Dopo le banalissime domandine di rito fatte a Gore dai professori, è stato concesso spazio agli studenti. Cavolo, hai Al Gore - premio Nobel 2007 per la Pace - a disposizione. Ce l’hai lì, il grande ambientalista, democratico, oppositore della guerra in Iraq e della falsa informazione costruita per giustificarla. E’ là, davanti a te, che non vede l’ora di rispondere alle tue brillanti e giovani domande.
Ebbene, l’università cattolica di Milano ha “concesso” il microfono a tre, dico tre, leccatissimi studenti delle prime file dell’aula magna. Tre domande, solo tre. E una più stupida dell’altra. Tipo: “Quanto farà questo canale per la democrazia nel mondo?” , oppure “E’ già capitato a Current tv di cambiare l’opinione pubblica su qualche argomento?”. Wow. Vere avanguardie del pensiero critico.
Subito dopo, a noi povere menti sparse in sala ed eroicamente sbracciantici per il microfono, è stato detto a tempo di record dal moderatore, sorridente e composto: “Ciao-si-è-fatto-tardi.-ringraziamo-Gore-arrivederci-a-tutti”. Wow/2. Ma non è finita.
Più tardi, cosa scopriamo? CHE LE DOMANDE (STUPIDE) ERANO CONCORDATE. Un nostro compagno si era informato, e la funzionaria (perché non sono altro che squallidi funzionari, qui dentro) gli aveva spiegato che le domande erano state concordate prima, e che non ne sarebbero state poste altre. Viva la democrazia dal basso, viva la cattolica gioventù che si presta alle domande concordate, viva la libertà di parola. Se uno si presta già a vent'anni, e senza grandi contropartite, ad un teatrino squallido come questo, quanti secondi ci metterà, domani, a vendersi la madre per una qualunque manciata di briciole?     
 
 
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mercoledì, 07 maggio 2008

Riflettiamo, riflettiamo.

«Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell'abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri... Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po' di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l'ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell'ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all'altro può presentarsi l'uomo destinato ad asservirla. Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all'universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo».

Tratto da De la démocratie en Amerique di Alexis De Tocqueville, 1840.

Ho trovato queste parole - suggerite sul sito www.mauriziomelandri.it - a dir poco illuminanti. Rifletteteci sopra tutti. Tutti quelli che il 13 e 14 aprile hanno votato Lega, Pdl e Pd. Tutti quelli che hanno paura, che vogliono l'ordine prima di tutto. Tutti quelli che si lanciano armati di xenofobia e indifferenza nella guerra fra poveri, indotta dall'unico vero nemico, che ride nei salotti della finanza e dell'economia globale. Tutti quelli che pensano che in fondo sì, come negare il problema sicurezza. Tutti quelli convinti che bisogna parlare alla pancia della gente quando questa è vuota, perché così le stronzate risuonano meglio. E Toqueville non era certo Carlo Marx.

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martedì, 22 aprile 2008

Lo stupro dei cervelli

Altro che le braccia. Qui mi cadono gli occhi. Da giorni o, forse, da mesi.

Gli occhi mi cadono perché leggo i giornali, perché guardo – quando posso, dato che non ho un televisore – l’informazione in tivù. Più guardo, più leggo, più mi sento un corpo estraneo. Come un pappagallo al polo nord. Come un pinguino all’equatore. Oppure – e questo esempio è quanto mai calzante – come un romeno in un raduno di giovani padani.

Di nuovo l’emergenza sicurezza. Due stupri, di cui uno a Roma, proprio pochi giorni prima del ballottaggio nella Capitale. Alemanno avrà stappato una bottiglia di spumante, alla notizia che di nuovo un romeno, di nuovo una stazione del trenino, di nuovo la periferia romana, di nuovo uno stupro con coltellata all’addome. Quale migliore occasione per sparare a zero sull’amministrazione di centrosinistra e sul suo riciclato rivale papalino, Rutelli-belli-capelli. Ed ecco l’emergenza sicurezza, per l’ennesima volta sulle bocche di tutti i politicoltori.La rincorsa a chi la spara più lontano è commovente. Sia per l’impegno che per la fantasia dispiegati. ”Sul territorio almeno tre poliziotti per cittadino, oppure inviamo un esercito permanente”, sobilla Achille Serra. “Diamo ai bidelli il porto d’armi, e ai pensionati l’obbligo di ronda armata per almeno otto ore al giorno, pena revoca della pensione minima”, suggeriscono i moderati. “Impiantiamo  mini-telecamere sottopelle a tutte le donne, dai 0 ai 145 anni”, scrive la Mafai dallo scranno di Repubblica. “Attacchiamo un collare con sonda  a tutti gli extracomunitari (perché comunque ci servono come lavoro a costo zero) ed espelliamo a calci nel culo i comunitari nottitalianz”, dicono al centro. A destra e a Lega, invece, si invoca direttamente un olocausto di rom e romeni, che hanno l’imperdonabile colpa di condividere con i rom addirittura metà del loro appellativo.

Purtroppo la mia parabola non è molto distante dalla realtà. Ci arriveremo, tranquilli. Ci arriveremo. Io per quel giorno mi sarò già trasferita nello Zimbabwe, che in confronto all’Italia resta un faro di democrazia. Fra l’altro, di voci non invasate ne sopravvivono ben poche. L’unica ad aver puntato un filo di luce sul vero problema nient'affatto emergente – ovvero le violenze sulle donne – è Ilda Dominijanni, dalle pagine del Manifesto di qualche giorno fa. Che ha fatto notare come l’emergenza sicurezza sia una delle montature più sordide e maschiliste del momento, fatta ad arte per non parlare di ben altri problemi, quelli veri. Di come il sesso, per dirne una, sia mal vissuto nella nostra società – turismo sessuale in Asia e Sudamerica, crescente in modo inversamente proporzionale all’età delle e degli sfruttati – e di come la gran parte delle violenze sulle donne, nella cattolicissima Italia, venga consumata tra le confortevoli mura domestiche (ben il 67,9% e spesso ad opera del partner, contro appena il 2% di stupri nelle strade). Gli stranieri non c’entrano nulla. Sono solo una categoria facile da attaccare, perché sono proprio gli ultimi fra gli ultimi e di voce non ne hanno - come dimostrano  predatorie immagini di baracche in mezzo ai canneti nelle sterminate periferie romane. Donne in Parlamento: nient’altro che uno sparuto presidio di parvenues ad uso e consumo degli onorevoli maschietti, veri autori delle regole del gioco. E si spara sul romeno. Si sputa sullo straniero. Si dice senza più alcun freno inibitorio tutto quello che il basso ventre riesce a suggerire. Il politico che insegue il cattivo senso dell’uomo della strada. Il sindaco che inneggia alle ronde, all’autodifesa armata con la bava alla bocca. Il nonno padano che si sente minacciato nella purezza di razza e nella sicurezza eterosessuale. Le femmine che devono aver paura ad uscire dal portone di casa dopo le sette di sera. L’uomo nero che torna a spaventare. Non i sogni dei bambini nel buio, ma la cattiva coscienza dell’Italia xenofoba e ignorante.

Questo è il mondo che vogliono costringerci a vedere. Questa la realtà che vogliono farci entrare negli occhi e nella testa.

Che fare?  Boh. Avete suggerimenti? Non si accettano – per ora – soluzioni estreme. Intanto non so voi, ma io vado a rinnovare il passaporto.           

 

 

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mercoledì, 09 aprile 2008

Rosario

“Ecco. Meri non poteva venire a Napoli senza mangiare la sfogliatella Meri. Tieni, assaggia”. Eravamo a Napoli, in via Roma. C’era il sole, si stava bene e passeggiavamo per le vie del centro. In quel periodo io ero un grissino. Allora Rosario si era avvicinato a un chioschetto di pasticcini con l’insegna “la sfogliatella Meri”, e con la scusa del nome mi aveva comprato una sfogliatella. “Dimmi, dimmi. E’ buona, vero? Ne valeva la pena, no?”, mi chiedeva, mentre continuava a passeggiare con le braccia dietro la schiena e la testa alta. Io mangiavo la sfogliatella, e lui era contento di vedermi mangiare. Adesso me lo ricordo così, Rosario. Com’era quel giorno. Sorridente, sereno. Non riusciva a capire perché mangiassi poco o niente. A lui piaceva mangiare, così come gli piaceva vivere. E mi voleva bene. Quindi, a Napoli mi aveva fatto assaggiare tutte quelle cose buonissime che solo a guardarle proprio non si possono rifiutare. Impossibile, poi, se offerte da lui.

“Vero Meri, che ho ragione?”. Me lo chiedeva sempre, quando discuteva a tavola con Alessandro. Era forte, Rosario. E non solo nel senso della simpatia. Forte come dire solido, di un metallo semplice e resistente. Uno di quei materiali umani che si sono plasmati da soli, trovando nei giorni il senso e il modo di andare avanti, sempre meglio. Ogni passo l’aveva conquistato. Perché l’aveva percorso da solo e in salita. Ogni passo se lo portava sulla pelle. L’aveva fermato affondando bene il piede nel terreno. Lasciando le sue impronte. Si vedeva da come parlava di sé, da come era fiero della sua storia. Con umiltà e senza modestia inutile. E da come era contento di poter aiutare gli altri. Partecipando al bisogno di chi ne aveva, con l’empatia di chi ha sofferto e faticato. Di chi può capire. Un uomo del secolo scorso. Che bello, aver fatto un pezzo di strada insieme.

Buon viaggio, Rosario.        

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domenica, 23 marzo 2008

acque pasquali

Forse pioverà per sempre. Se dovesse piovere per sempre, probabilmente svilupperei delle branchie, e inizierei a ricoprirmi di squame. Poi, finalmente fluttuerei come un pesce volante in un’aria ormai acqua.

Forse non smetterà di piovere, no. E allora dovrò cambiare vita. Cercare un luogo altro, dove il sole attraversa le gocce e scalda lo stesso. Dove si possa nuotare senza niente intorno. Perché per nuotare uno ha bisogno di spazio, di più spazio. Bisogna muovere le braccia e le gambe, per nuotare. Quindi ci vorrà più libertà. Ci vorrà più solitudine.

E non potremo più parlare, se pioverà per sempre.

Dovremo capirci a gesti.

Chi ha una brutta voce o la esse aspirata non sarà penalizzato. Chi balbetta sarà felice.

La mancanza di suono verrà compensata dalla musica di riflessi e trasparenze incrociati.

Dovremo capirci a gesti. Niente più parole, niente chiacchiere.

Non ci saranno più telegiornali.

Non ci saranno più politici stronzi.

Non dovremo più dirci “ti amo”. Basterà guardarsi negli occhi.

E non ci saranno più promesse, né attese.

Speriamo che domani ci sia il sole. Così smetto di delirare.

Ah! Comunque, buona pasqua.

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venerdì, 21 marzo 2008

"Vogliamo anche le rose"

Non mi sono mai piaciuti i fiori. O meglio: non amo ricevere fiori recisi. Io, le rose, non le voglio.

Però la gran parte delle donne, sì. Credo che se mio padre ogni tanto rientrasse a casa con un mazzo di fiori, mia madre sarebbe una donna felice. Naturalmente, lui non lo farà mai. Quindi. Però immagino che davanti a un fascio di rose, oggi, mia madre sarebbe capace di commuoversi.

Ho appena visto al cinema “Vogliamo anche le rose”, di Alina Marazzi. E credo che in effetti le donne, oggi, vogliano anche le rose. Oltre alla parità e al rispetto, è chiaro. Il documentario è il risultato di una delicata e originale opera di ricerca, selezione e montaggio. Soprattutto di materiale audio-visivo degli anni Sessanta e Settanta, riguardante la condizione femminile e le lotte per l’emancipazione. Lo sguardo è assolutamente di parte, così come il registro stilistico che domina la pellicola. Solo una donna poteva stare dietro quelle immagini, dietro quelle animazioni e quelle riflessioni. Solo una donna poteva raccontare così bene le emozioni, le aspirazioni, i bisogni e le introspezioni – a volte molto coraggiose – di altre donne, dalle nostre nonne alle nostre madri.

Le nostre madri. Mi veniva da piangere a vedere tutti i contro che hanno espugnato le nostre madri. Tutti i muri che hanno buttato giù picchiando forte. A pugno chiuso, loro che avevano mani così delicate e sottili. Donna, moglie, madre, lavoratrice. Amante. E militante dei diritti. Dalla sfera privata, alle scelte pubbliche. Una fatica incessante, che non dava tregua nemmeno a luce ormai spenta, sotto le lenzuola.

Mia madre. Mia madre è stata ed è una creatura particolarissima. Schiacciata fra il passato delle madri ferme e uguali per secoli e il futuro della generazione cui apparteneva. Mia madre. Lei è intelligente, e alla mia età doveva esserlo in modo vivo e irrequieto. Era bellissima. E avrebbe voluto studiare. Avrebbe voluto lavorare, essere piena di sé e della sua libertà. Mia madre aveva tutte le carte per farlo. Solo, le mancava la cornice in cui. E questo, per certi quadri familiari, è più importante di tutto il resto. Quindi, non ha potuto proseguire gli studi. Non ha potuto lavorare, non ha potuto liberarsi dal bisogno di un uomo. Doveva badare al padre e ai fratelli. E alla madre fragile – mia nonna – che a sua volta, appena sposata, aveva dovuto abbandonare il laboratorio di sartoria che aveva avviato con altre ragazze al suo paese, in Calabria. Perché lavorare, per una donna, non stava bene. E così è stato poi per mia madre, che ha tirato su la famiglia due volte, da figlia-madre e da madre-madre.

“Se rinascessi adesso, non lo rifarei”, mi dice sempre. E mi piace la sua sincerità dura. Il suo essere pietra vera, comunque. Ora posso apprezzarlo. So apprezzarlo. Mia madre nata adesso andrebbe a scuola, farebbe l’amore presto, troverebbe il lavoro giusto e poi, con la libertà necessaria, anche l’uomo giusto al momento giusto. Forse, me e i miei fratelli non ci rifarebbe. Di certo, non così presto. Ed è vero, è chiaro che sarebbe così. Invece quando ero piccola era lei che vedevo, per prima. Erano sue le braccia che mi tiravano via dalle coperte e che mi preparavano la zuppa di latte, al mattino. Mi metteva seduta sul tavolo della cucina e mi imboccava. Lo ricordo bene, anche se ero piccola: in fondo alla tazza rimaneva lo zucchero che non si era sciolto, e mia madre alla fine della zuppa lo pescava col cucchiaio perché mi piaceva sentire i grani dolci. Era lei a vestirmi. Era lei a portarmi a scuola, a prendermi, a mettermi bene la sciarpa e il cappello. Era lei a controllare i miei compiti. Ad accarezzarmi la testa quando ero stata brava. Non una badante o una baby-sitter, magari straniera, ma mia madre.

Ed è sempre stata lei, a vedermi crescere per prima. A vedermi diventare così diversa, così inconcepibile, a volte. Inconcepibile per la vita che aveva dovuto fare lei da ragazza e da donna, per quell’educazione alla rinuncia che già allora, per le sue coetanee più fortunate, era divenuta inaccettabile. E’ stata lei a tirarmi i piatti addosso, quando ho iniziato a non obbedire. E’ stata lei a discutere, a gridare, ad arrabbiarsi, ad insultarmi e poi ad abbracciarmi in un abbraccio duro come sempre, senza mai chiedere scusa. E’ stata lei a vedermi partire da sola, lontano e senza un uomo. E’ stata lei, al momento di partire, a prepararmi la borsa come si deve. A pensare alle cose che dovevo portare. Come ha fatto anche dopo, come continua a fare e farà sempre. Mia madre ha sempre dovuto accettare ruoli imposti da altri. Anche da me, che l'ho costretta a capirmi, a capire il mio tempo. Ma non ha mai preteso di impormi a sua volta il ruolo di figlia che aveva avuto lei.

Quanto, davvero quanto sono stata fortunata. Cresciuta da una madre antica e splendida, vivo nel futuro e godo dell’emancipazione femminile. Quell’emancipazione che la generazione di mia madre ha conquistato per me. Di cui però, il più delle volte, non ha potuto godere. E allora forza, donne. Quando terremo davvero, stretto nei pugni, quanto ci spetta, questo mondo non potrà che essere un mondo migliore.

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martedì, 18 marzo 2008

nonfatevidomandecuièmegliononrispondere.com.

Wow. Appena letto su Yahoo: in Australia, un tale di nome Usher ha messo all’asta la sua vecchia vita.

"Quando sarà finito, semplicemente uscirò dalla porta, prenderò il portafoglio, il passaporto e inizierò una nuova vita", ha detto il tipo, che si era evidentemente rotto le balle.

Vada come vada, in ogni caso la “nuova” vita di Usher inizierà bene. Perché la sua casa, all’asta, parte da un valore di 246mila euro. Più il lavoro, i vestiti e tutte quelle inutilità che uno immagina di potersi portare fin nella tomba e invece poi no, tocca lasciarle a terra a sopravviverci. Maledette bastarde.

Beh, l’australiano pazzo ha stuzzicato la mia curiosità. E allora mi sono chiesta: quanto varrebbe la mia vita, se domani la mettessi all’asta?

Facciamo due conti.

Considerato che:

- Non ho una casa

- Non ho un lavoro

- Non ho un marito da affittare né da vendere

- Non ho particolari parti del corpo da commercializzare

Ma, al tempo stesso posso vantare:

- Una rata di master ancora da pagare di 3500 euro

- Un debito con Banca Intesa (intesa a fotterti) di circa 20.000 euro più interessi

- Qualche bolletta non pagata per un valore di 40-50 euro

- Qualche buffo con amici per una ventina di euro (mò non è che qualcuno domani se ne esce  accampando diritti, dicendo frasi tipo: ‘Meri, tu non ricordi, ma quel giorno, in via dei vattelappesca, ti prestai 50 euro per comprare 2 kili e mezzo di coccodrilli Haribo con la pancia bianca’, eh! Nun ce provate)

 

Beh, ecco. Se domani qualcuno volesse rilevare all’asta la mia vita, dovrebbe darmi – 23.570 euro. Interessi esclusi. Che poi, traducendo in soldoni quel meno davanti alla cifra, vorrebbe dire che IO dovrei pagare 23.570 euro  qualcuno per accollarsi la mia vita. Interessi esclusi. 

Cazzo, da domani solo le news di nonfatevidomandecuièmegliononrispondere.com.

 

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giovedì, 10 gennaio 2008

...

cap012Leggere il giornale. Imprecare contro le notizie. Contro le parole scritte. Contro le foto. Anche se non hanno nessuna colpa. Il mondo esiste al di fuori delle rappresentazioni che ne facciamo. E’ così, almeno per noi che non siamo pietre o margherite o bradipi o nuvole. E tocca accettarlo. Ma come si fa? Quando si impara?

Io non riesco ancora a crederci, che un amico può tradire.

Non posso.

E’ come una scomparsa improvvisa. E’ un lutto.

Una persona che stava lì. Nello stomaco e nei ricordi come davanti agli occhi e al cuore. E poi all’improvviso non c’è più. Non ci sono più le chiamate telegrafiche. I messaggi cretini per fare una cosa qualunque purché fuori. Non ci sono più le scritte sul muro della cucina per mandarsi affanculo. Per comunicare un’illuminazione sulla condizione umana o su come riuscire a  trescare con venti ragazze contemporaneamente. Non ci sono più i buoni propositi dell'ultim'ora davanti a una pinta di birra, o i sogni di gloria che però ci impegneremo davvero da domani, sì da domani che oggi ancora no; c’è ancora tempo. Non ci sono più i fine settimana di pioggia a dire che bella Milano col sole che c’è ma non si vede. Non ci saranno più gli aperitivi domestici con salumi e formaggi e tutti i bicchieri sporchi sulla tavola mentre si beve il vino nella tazza del latte. Non ci saranno più gli occhi negli occhi a capirsi. Né i libri prestati, né le foto in bianco e nero con la pancia di fuori. Non ci saranno più le telefonate di notte e le corse sotto casa per dire “amico sono qui”. Né le bevute a ridere e coprire gli errori. Le lacrime che poi levi le mani dalla faccia e c’è lui che fa un sorriso che vuol dire “passerà, sta già passando, ecco, vedi è passato”. Non ci sarà più il mio amico. Il mio grande amico. Che appena un mese fa mi riportava a casa a spalla, mettendomi a dormire sotto le coperte.

Le cose cambiano. Che lo si voglia o no. Degli eventi che ci riguardano, solo una manciata dipendono dalle nostre azioni, dalla nostra volontà. Il resto è un intreccio, una coincidenza. Un puro caso. Giusto o sbagliato. Io il mio amico lo volevo. Lo avrei voluto sempre, per sempre. Invece no.

Adesso gli aperitivi li farò al bar, con il vino nei bicchieri da vino. La birra la berrò con dei tipi di passaggio. Con delle facce che non conosco, che non conoscono la mia storia. I fine settimana di pioggia saranno accompagnati dai libri. E le scritte della cucina, beh. Le toglierò con dei colpi di spugna e un po’ di vernice. Il resto... “I ricordi sbiadiscono e le abitudini cambiano”. Chissà però i ricordi tristi, quelli amari…dove si mettono ad appassire. Dentro quale cassetto si nascondono. In quale parte del corpo si possono appoggiare.

Per ora vado a vomitare. Domani, si vedrà. 

cap013    

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martedì, 08 gennaio 2008

quando la munnezza nun se ne va

La mozzarella di bufala stava lì, nel piatto. Rotonda, lucida, perfetta. Fendo la sua superficie compatta fino a tagliarla in due con la forchetta. Mentre il latte salmastro scende a lacrime dalla carne bianchissima, io mi chiedo, trafitta da un’illuminazione poetica: “Quanta diossina mi becco se mò je do un mozzico?”.

Ecco, la malattia della Campania sta tutta lì. Nei nostri piatti, sotto i nostri occhi. Andare al supermercato con l’abitudine a controllare la provenienza di frutta, verdura, carne, latticini. Per poi scartare mestamente tutti i prodotti provenienti da quella regione. Prodotti che il mondo ci invidiava. Che rendevano quella terra – in parte vulcanica, quindi fertilissima – la Campania felix dei latini. La Campania della pizza migliore del mondo. Delle pesche zuccherine. Della verdura buona, dei pomodori sammarzano senza rivali. La Campania della mozzarella, porca miseria. Quindi dei pastori, quei pastori che saggiamente si ribellavano allo Stato italiano già dalla sua nascita, estorta con la violenza e con l’imbroglio.

Oggi la Campania è malata. Malata di un cancro tutto speciale, perché infettivo. Che attacca l’uomo prima dalla terra, poi dal cibo e dall’acqua. Si sprecano le parole scritte e le immagini viste – in tutto il mondo - sull’argomento. Saviano docet. Il bellissimo documentario “A biùtiful càuntri” – vincitore della sezione documentaria al Festival del cinema di Torino – idem. Da decenni in Campania si sotterrano i rifiuti di tutta Italia, e non solo. Rifiuti industriali, tossici, pericolosi, che gli imprenditori (soprattutto da Nord, visto che stanno sempre a insegnare ai terroni come stare al mondo) dovrebbero smaltire in modo troppo oneroso per i loro bilanci. Allora chiedono a Camorra, e Camorra risolve, a prezzo di dumping ecomafioso. Di tutti i rifiuti prodotti nel nostro paese, infatti, solo il 25% è costituito da rifiuti domestici. Il resto sono scarti di lavorazione industriale, quindi metalli, polveri, fanghi, imballaggi e altri veleni. La pancia della Campania ne è gonfia. E tutti hanno sempre saputo tutto. Mica si può aprire un’attività imprenditoriale miliardaria come quella sulla “mondezza sporca”, senza il benestare dei mandarini locali! Non è che si possano interrare quantità spaziali di rifiuti pericolosi e industriali (mica foglie secche o cacca di vacca) senza che nessuno se ne accorga. Scavando cave, trasportando la roba su camion e camion e camion, in un continuo e redditizio viavai di persone, mezzi, materiali. Inoltre, la gestione commissariale dell’emergenza rifiuti (emergenza, l’Europa intera ci deride) dura da 14 anni. Otto commissari, dal 1994. E nonostante i poteri speciali permettessero di bypassare tutti gli altri poteri locali – dalle Province ai Comuni – nulla è stato fatto. Montagne di ecoballe di cdr mal assortito (chissà cosa racchiudono ormai, meglio non saperlo), pronte da anni per essere bruciate nei termovalorizzatori che…non ci sono. Grazie a Bassolino e ad Impregilo (le due ecoballe più difficili da eliminare, anche se la Magistratura se ne sta occupando), che si sono magnati miliardi (non milioni, miliardi) di euro, senza realizzare nemmeno il minimo indispensabile. Bassolino, che non ha nemmeno il coraggio di farsi vedere per strada. Bassolino, che in qualunque altro paese si sarebbe dimesso due vite fa, con disonore e di certo anche in manette. Bassolino, che in qualunque altro paese, se non si fosse dimesso da solo l’avrebbero fatto dimettere comunque. Perché il Governo avrebbe potuto esautorarlo da un’altra vita (e sono tre) e fare quello che lui non aveva fatto, invece di sganciare miliardi di euro nelle braccia zozze di un manipolo di delinquenti. Bassolino, che avrebbe dovuto considerare la propria vita come una lunghissima occasione per tacere, senza soluzione di continuità.

E allora via libera alla Camorra, ai suoi metodi risolutivi e rapidi, perché silenziosi e non ufficiali. Scava là, interra qua. Mentre il percolato se ne cola come merda sciolta dalla munnezza, a contaminare tutto. Bestie, cibo, terra, vita.

La Campania è terra bruciata, signori. E non fidatevi a comprare frutta, verdura o altro di provenienza campana, perché i controlli non li fa nessuno. ‘Ste merde. Fanno le campagne contro il fumo, e poi ci mettono in tavola cibo contaminato, cancerogeno. I pomodori di Acerra, con quantitativi di diossina 400 volte superiori al limite consentito. Il latte di bufale malate, con residui di metalli vari nel sangue. E mentre la povera gente di Pianura si ribella - come giusto! - alla riapertura della discarica sotto casa, in funzione da anni oltre ogni ragionevole possibilità, la polizia li manganella. La stessa polizia che ha lasciato gli autotrasportatori ricattare un paese intero, per una protesta che gli abbiamo dovuto pagare noi il giorno dopo, comprando nei supermercati a prezzi più che triplicati.

Io sto con la gente di Pianura, qualunque sia il modo di lotta scelto. Anzi, spero che smettano di manifestare in via di Montagna Spaccata, e che si spostino – possibilmente armati – verso Napoli, verso i palazzi del Comune e della Regione. E spero che lungo la strada raccolgano altre persone, e poi altre, e altre ancora. E che dimostrino, almeno stavolta, che non siamo un popolo invertebrato, al quale si può far sopportare di tutto di più. Bassolino dorme sonni tranquilli. Non ha paura, lui. Spero che una di queste notti si svegli con i colpi della rivolta alla porta di casa, e che corra a nascondersi tra le montagne di mondezza. Tra i suoi simili, finalmente. Che, come lui, da soli non se ne vanno.    

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Incoerente e inaffidabile. In effetti ho un pò paura al pensiero di essere proprio io ad avere le mie chiavi di casa.


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